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Fight club - Chuck Palahniuk

Un narratore senza nome è oppresso da un lavoro che non gli piace e da un'insonnia che non gli dà tregua per giorni interi: trova sollevo frequentando gruppi di auto-aiuto per malati gravi dove si finge uno di loro.
La svolta arriva quando diventa amico di Tyler, con cui fonda il Fight Club: un circolo segreto dove, una sera la settimana, si possono sfogare le frustrazioni picchiandosi con degli sconosciuti e trovando, nella sopportazione del dolore che ne deriva, una sorta di “redenzione”.
L'idea riscuote un clamoroso successo, ma Tyler ha progetti molto più grandi e devastanti...
Non è il primo romanzo incentrato su una generazione delusa che vuole sovvertire la società che li ha creati, ma Palahniuk svolge il tema in maniera elegante, spregiudicata e con un ritmo incalzante.
Il risultato è un libro che si legge d'un fiato ma che, secondo me, delude un po' con un finale quasi frettoloso, più psichiatrico che psicologico.

A cercar la bella morte - Carlo Mazzantini

Di fronte alla tragedia dell'otto settembre 1943, alcuni amici non vogliono rimanere spettatori passivi ma tentare “qualcosa” per riscattare l'onore personale e della Patria. L'unica scelta che vedono è arruolarsi e combattere a fianco dell'alleato tedesco.
Mazzantini è uno di loro e in questo libro autobiografico racconta la sue vicenda di soldato della RSI che vaga per l'Italia del Nord scontrandosi con la lotta partigiana, l'ostilità della gente, la rabbia verso un mondo “vigliacco” che lo combatte o non si schiera dalla sua parte.
Ma “A cercar la bella morte” non è un libro “ideologico”, un'opera di parte tesa a smentire la “vulgata partigiana” per crearne una “repubblichina” uguale e contraria.
Chi cerca cose del genere rimarrà, almeno qui, deluso: Mazzantini, pur non rinnegando la sua scelta, racconta le crudeltà, i disagi, le tragedie da lui vissute in una stagione tra le più controverse della nostra storia.
Non c'è retorica o propaganda nella sua narrazione: semmai la coscienza di aver presa una decisione dirompente e drammatica; di essersi ritrovato (in buona fede) dalla parte “sbagliata” con la difficoltà di doverlo, in qualche modo, spiegare agli altri. Forse anche a sé stesso.
Infatti, una parte importante di questo libro è quella dedicata al “dopo”: tornati alla vita quotidiana, Mazzantini e gli amici superstiti vivono il disagio di chi si ritrova in un mondo estraneo, lontano da quello sognato.
Una sofferenza non diversa da quella di tanti “nemici” disillusi quanto loro: a essa qualcuno sceglierà, addirittura, di non sopravvivere.
Dunque, un libro da leggere per capire un po' di più.

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Re: La solitudine dei numeri primi

L'ho scoperto grazie a mia moglie e mia figlia, che ne sono entusiaste: è piaciuto anche a me.
Difficile trovare una "trama avvincente", dato che i protagonisti sembrano trascinarsi in un'esistenza segnata da due episodi devastanti e dall'impossibilità (reale o apparente?) di rapportarsi pienamente con gli altri. Semmai si può parlare di un romanzo psicologico che verte sul loro incontro e su una storia che potrebbe diventare importante ma, alla fine, non lo sarà.
I due protagonisti, infatti, sono "numeri primi": personalità in qualche modo "contigue", vicine ma destinate a non unirsi mai perché, tra loro, ci sono comunque altri "numeri".
Dunque, la mancanza di un lieto fine mi è parsa quasi naturale: ambedue comprendono la loro incompatibilità e la accettano, proseguendo una vita che, comunque, promette ancora qualcosa.

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